Giovanni Verga

 

Giovanni Verga (1840-1922) lasciò presto i corsi della facoltà di legge: la somma affidatagli dal padre per condurre a termine gli studi concorse alle spese per la pubblicazione di un romanzo, I carbonari della montagna, elaborato tra il 1859 e il 1861. La liberazione della Sicilia per opera della spedizione garibaldina giovò indubbiamente ad allargare gli angusti e consueti orizzonti che si presentavano ai giovani della sua età e della sua condizione. Pieno di entusiasmi garibaldini entrò nella Guardia Nazionale e avviò un’esperienza breve ma feconda di redattore e direttore di giornali. Nel 1863 pubblicava un terzo romanzo, Sulle Lagune (Amore e patria, anteriore a I carbonari della montagna è tuttora inedito a eccezione di qualche passo) apparso in appendice alla Nuova Europa dal quale affiora una volontà di evasione che si concretò in un primo viaggio in Toscana (1865), seguito a breve distanza da altri, finché nel 1869 Verga si stabilì a Firenze. Tra il 1869 e 1875 si svolse il primo ciclo della sua produzione: appaiono Storia di una capinera (1871), Eva (1873), Tigre reale (1873), Eros (1875). Questo periodo prelude, con il racconto Nedda(1874), a nuovi interessi narrativi, più impegnati in una direzione ancora inconsapevole, nella quale la povertà è analiticamente considerata come irrimediabile destino, al quale si rassegna la vita dell’umile. Nuovi punti d’osservazione, certo modo "tecnico" di guardare alla vita, gli suggeriscono d’altra parte l’incontro con gli Scapigliati, e interessanti conoscenze Verga avvia nel salotto della Maffei. Il soggiorno milanese (iniziato nel 1872) non passa senza tracce notevoli nelle novelle verghiane (Per le vie, 1883). A Milano consolida la sua fraternità d’arte con L. Capuana, che l’aveva raggiunto. La malattia della madre richiama lo scrittore a Catania per tutto il 1879; vi lavora a quel Padron ’Ntoni, che appare dopo un insuccesso nel 1881 con il titolo nuovo I Malavogliae apre con il ciclo de I vinti il momento della grande arte verghiana. Intanto ha raccolto nel volume Vita dei campi(1881) i racconti di maggior successo (Rosso Malpelo, Jeli il pastore, La Lupa, Cavalleria Rusticana); appare ancora un romanzo estraneo alla nuova sensibilità (Il Marito di Elena, 1882), del quale l’autore non si mostra soddisfatto, poi s’inizia un periodo alternativamente ricco di successi e di delusioni in campo teatrale: l’esito positivo della riduzione drammatica di Cavalleria Rusticana (1884), prima attrice la Duse, non è confermato dalla commedia In Portineria (1885), che cade clamorosamente a Milano. La vita dello scrittore è distratta dall’aprirsi della lunga relazione con l’infelice moglie del Rapisardi, Gisella Foianesi. Appaiono tuttavia altre raccolte di novelle (Drammi intimi; Vagabondaggio, 1887), in una delle quali (Quelli del colera) s’avverte il preannuncio di Mastro don Gesualdo: il romanzo verrà pubblicato prima sulla Nuova Antologia e nel 1889 presso l’editore Treves. L’anno successivo il Mascagni diffondeva inconsapevolmente il nome di Verga anche in "zone" per lo più chiuse alle lettere, musicando un libretto ricavato da Cavalleria Rusticana. Sopraggiunge un periodo di interiore ripiegamento. Tra gli ultimi scritti di Verga si notano due raccolte di novelle, Iricordi del Capitano d’Arce (1891) e Don Candeloro e C.i (1894); specie la seconda serba in alcune pagine la vigoria della grande narrativa: tuttavia attraverso essa s’avverte il declino artistico.

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