Luciano Samosata

 

Luciano (Samosata, Siria 120 ca-m dopo il 180) nacque da famiglia povera. Ancora bambino, fu mandato nella bottega dello zio scultore come apprendista: ma abbandonò subito quel modesto lavoro per dedicarsi agli studi retorici. Dopo aver esercitato per un certo periodo come avvocato ad Antiochia, obbedendo al suo temperamento brillante ed estroso si mise a fare il conferenziere o «sofista», viaggiando, di città in città, per l’Asia Minore, la Grecia, l’Italia (fu anche ambasciatore di Samosata a Roma) e la Gallia. Intorno al 165 si stabilì ad Atene, dove rimase per circa vent’anni e scrisse, con felicità inventiva e fantasia satirica, le sue opere più note, che prima di pubblicare recitava con successo nelle sale di lettura, secondo la moda del tempo. In vecchiaia accettò di lavorare, per motivi economici, come funzionario nell’amministrazione imperiale in Egitto.

La maggior parte delle notizie biografiche su Luciano sono ricavabili da tre suoi opuscoli: il Sogno, nel quale egli racconta perché optò da giovane per l’eloquenza, e non per la scultura; la Doppia accusa, processo fittizio intentato allo scrittore dalla Retorica, che egli ha abbandonata, e dal Dialogo, da lui offeso e ingiuriato; l’Apologia di quelli che stanno coi signori, una giustificazione per aver accettato un posto dagli arroganti e antipatici romani, prima da lui tanto avversati. Sotto il nome di Luciano sono giunte oltre 80 opere in prosa, generalmente brevi: alcune non autentiche, altre ancora discusse; quasi sicuramente spuria è una raccolta di epigrammi. Un bersaglio che ben si prestava alle frecciate è costituito dai pedanti, dai parlatori affettati: ai maestri di un’eloquenza tutta vezzi, Luciano dedica Il precettore dei retorie lo Sfoggiaparole, uno splendido repertorio di termini strampalato e bislacchi. Una sola volta la satira diventa feroce, quando lo scrittore riferisce, in una lettera a un amico (167), della morte di Peregrino, un adultero, parricida, cristiano per interesse, truffaldino, falso perseguitato politico che, per smania di fama e di lodi, si butta tra le fiamme di un rogo, ma non senza esitazioni e tremiti. Ma Luciano ebbe anche altri e diversi incontri: a Roma conobbe per esempio un platonico di limpida e onesta predicazione, Nigrino, che accese in lui un autentico, per quanto rapido, interesse per la ricerca speculativa (159). Il più brillante fra i dileggi riservati all’umanità in genere è il Timone (165?), che Boiardo trasformò in vera e propria commedia con appendice moraleggiante, e che servì di base a Shakespeare per l’omonimo suo dramma. È la storia di un ateniese il quale, abbandonato da tutti dopo aver dilapidato in beneficenza il patrimonio, ritorna ricco contro suo volere per opera di Zeus, e vede la propria casa invasa da una serie di parassiti. Di Luciano è anche il più estroso e sapido romanzo greco, La storia vera (177 ca.), antenato dei moderni romanzi di fantascienza. Il compatto capolavoro è l’allegra e disinvolta attuazione dei precetti di un saggio molto serio (scritto da Luciano in forma epistolare) sul Come si deve scrivere la storia.Discussa è l’attribuzione a Luciano del romanzo Lucio o l’asino, descrizione della trasformazione di un uomo in asino e delle sue disavventure prima di riprendere forma umana. È lo stesso tema delle Metamorfosidi Apuleio, solo che nel testo latino la vicenda è caricata di significati mistici, mentre il racconto greco, tutto calato in un ambiente di furfanti, poveri diavoli, gaudenti di ambo i sessi, è di ridanciano e crudo realismo.

La fama di Luciano rimane tuttavia legata, soprattutto, al gruppo dei dialoghi, sorta di mimi in miniatura, buffe e graziose scenette, venate di umorismo tenue e limpido: i colloqui si svolgono in cielo, nelle profondità marine, nell’al di là (Dialoghi degli dei, Dialoghi marini, Dialoghi dei mari) o tra cortigiane (Dialoghi delle cortigiane): in questi ultimi, con tocco leggero e sorridente, sono dipinte situazioni del vivere quotidiano.

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